Conservo ancora la foto con gli
autografi di Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, il mitico
trio d'attacco Gre-No-Li del mio Milan degli anni Cinquanta. La prima
partita che mio padre mi portò a vedere, all'Arena di Milano,
quando avevo cinque anni, fu Milan-Torino (il grande Torino di
Valentino Mazzola, prima di Superga). Da quel giorno, per decenni,
sono stato un tifoso convinto. Da molti anni non vado più allo
stadio, né guardo le partite alla televisione. Non perché
non abbia tempo. Ma perché il calcio, non solo in Italia, mi
sembra sia diventato un fenomeno negativo. Certo, lo spettacolo
calcistico è sempre più suggestivo, grazie al continuo
progresso delle tecniche di gioco e delle tecniche televisive. E io
che, come è noto, sono un «tecnico», dovrei
esserne felice. Invece, provo per il calcio — intendo il grande
calcio professionistico — un crescente disgusto. (...) Penso che
sia venuto il momento, specialmente in Italia, per una riflessione
politica sul calcio. Forse, è ora che il mondo politico smetta
di «viziare» il mondo del calcio, contribuendo
involontariamente ad indurlo ai vizi peggiori. Più ancora, i
pubblici poteri (salvo, beninteso, la magistratura) dovrebbero
infliggere al calcio il «rigore» più grave:
ignorarlo. Un governo sta per nascere, con una missione
difficilissima. Ci si deve augurare che non veda questo del calcio
come uno dei problemi prioritari di cui «farsi carico».
Sarebbe un messaggio al Paese profondamente sbagliato. E se posso
permettermi, caro Direttore, spero che i giornali non sentano ancora
il bisogno di dedicare alla crisi del calcio le prime otto o nove
pagine, come fanno in questi giorni. (Mario Monti «Corriere
della Sera»; 14 maggio 2006)
Nessun commento:
Posta un commento