Allora, cari colleghi, forse voi avete
tutti i diritti, anche perché il partito che rappresento è
così piccolo, di dire — e lo direte — che ho alzato, fino
ad andare nelle nuvole, troppo il tiro nel ragionamento. Ma se io
traggo un insegnamento dalla crisi di questa settimana, è che
la cosa più pericolosa in questo
momento è rappresentata dal fatto che, mentre il nostro
dibattito politico, anche rispetto all'epoca dell'unità
nazionale, si immeschinisce, diventa furberia tra le forze politiche,
a volte anche — che so io — puro dibattito sulla congiuntura,
esplode una crisi storica della nostra civiltà. Ed io credo
che il pericolo maggiore sia quello di rassegnarsi alla prima cosa,
chiudendo gli occhi sulla seconda. In questo trovo molto giusta
l'affermazione di Reichlin nel suo ultimo intervento, secondo cui è
tornato il momento della grande politica. E uno di questi capitoli —
non ho avuto il tempo di soffermarmi su di esso — è anche
quello delle istituzioni che lei, Presidente del Consiglio, ha posto,
anche se su di una linea che non condivido: la crisi della forma
politica della democrazia, non solo di quella italiana. Lo Stato
keynesiano non è in crisi solo economica, ma anche nelle sue
forme politiche. Sulla politica economica ed anche su queste vicende
istituzionali vorrei dare nelle prossime settimane il piccolo
contributo di idee e di forza del nostro partito, per imporre al
Governo questo terreno di confronto sui problemi reali e sulla
gravità di una crisi che probabilmente non ha precedenti nella
storia recente. (Applausi dei deputati del gruppo del PDUP e
all'estrema sinistra) . (Lucio Magri, intervento alla Camera
durante la fiducia al governo Spadolini II; 31 agosto 1982)
martedì 29 novembre 2011
lunedì 28 novembre 2011
esempio
Le cifre sono quasi clamorose: nei
primi otto giorni di marzo, secondo i dati del centro d'ascolto
radicale, il 65,3% del tempo dedicato dal telegiornale della Rete Uno
delle 20 alle interviste o ad interventi in voce dei politici, è
stato occupato da esponenti democristiani. Un dato che fa invidia
anche alla seconda rete socialista, che pure è diventata
famosa per i servizi fiume sui comizi di Bettino Craxi. Anzi, nei
mesi scorsi proprio il tipo d'informazione offerto dal tg2 ha dato ai
dirigenti di piazza del Gesù il pretesto per chiedere maggior
impegno ai loro dirigenti in Rai. (...) Nei mesi successivi Vespa ha
cambiato il suo tg in modo da farne uno «strumento efficace»
come chiedevano, in vista delle elezioni, i dirigenti di Piazza del
Gesù. Intanto ha aumentato la presenza dei dc in video. Se tra
l'agosto e l'ottobre del '91 la presenza di dirigenti democristiani
in voce al tg1 delle 20 toccava il 47,8%, nei sei mesi successivi si
è attestata in media intorno al 60%. Ma non basta. Anche il
messaggio si è fatto più esplicito. Adesso l'esempio da
seguire al Tg1 è il commento di Fulvio Damiani di sabato
scorso alla conferenza programmatica di Firenze. «Da questa
conferenza la dc invita gli italiani, come vedete, a far vincere il
loro futuro» ha esordito il giornalista. Poi, dopo una serie di
affermazioni sui valori in cui crede la dc, ha concluso: «Ma ci
sembra che il consenso che la dc chiede alla gente è per
battere la rassegnazione con la riscossa del senso del dovere».
Un servizio che, a ben vedere, può essere paragonato a quello
del tg2 sull'incontro tra Craxi e Pavarotti, in cui il tenore ha
tessuto le lodi del segretario socialista. (Augusto Minzolini, «La
Stampa»; 10 marzo 1992)
martedì 15 novembre 2011
certamente
Roma, 28 giu - Giovanni Spadolini ha risposto alle domande che gli sono state poste dai giornalisti. Domanda - Signor Presidente, è riuscito a scegliere i ministri in piena autonomia come si proponeva? Risposta: "Come avevo detto i partiti mi hanno fornito delle rose ed è in stretto contatto col capo dello stato, al quale ho sottoposto varie proposte di alternative, che abbiamo insieme risolto il problema della composizione del governo". Domanda: - Signor Presidente, lei aveva parlato di un certo pizzico di fantasia per la scelta dei ministri. Ritiene che questo ci sia a suo giudizio? "Certamente". (...) Domanda: - A che tipo di mediazione pensa per l'incontro coi sindacati? Ha già una sua proposta da fare? Spadolini: "No, io stasera farò un'esposizione con il rigore e la drammaticità che la situazione del paese impone. Presenterò le linee fondamentali, del resto già concordate con i partiti che compongono la maggioranza, di una specie di patto anti-inflazione, di lotta serrata contro l'inflazione, che richiede il consenso o il concorso, sia pure in ruoli molto diversi e anche distinti, delle parti sociali". Domanda: - Di quanti punti lei riuscirà a ridurre l'inflazione? Spadolini: "Non ho capacità taumaturgiche - ha risposto Spadolini con una battuta - non è una domanda in cui io possa rispondere in questi termini". (Ansa, 28 giugno 1981)
lunedì 14 novembre 2011
radici
Ringrazio comunque gli italiani. Grazie
per l'affetto, per la forza che ci avete trasmesso e che ci ha
permesso di raggiungere molti degli obbiettivi che ci eravamo
prefissi fin dal 1994, dal giorno in cui annunciai la mia discesa in
campo. Quel giorno ha cambiato la storia dell'Italia. Al credo
politico che pronuncai allora non sono mai, mai venuto meno. Fu e
rimane una dichiarazione d'amore per l'Italia. Dissi «L'Italia
è il paese che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze, i
miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mio
mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà».
Non cambio una virgola di quelle parole. Quell'amore e quella
passione sono immutate. Per l'Italia come società libera, di
donne e di uomini, dove non ci sia la paura, dove al posto
dell'invidia sociale e dell'odio di classe stiano la generosità,
l'amore per il lavoro, la tolleranza, il rispetto della vita, la
solidarietà, che è figlia della giustizia e della
libertà. Sulla base di quelle idee i nostri concittadini mi
hanno scelto per guidare governi che sono stati i più lingevi
nella storia della Repubblica. I governi che prima duravano meno di
un anno appartengono ormai al passato. Gli italiani conoscono adesso
la stabilità e l'alternanza. (...) A tutti voi l'augurio di
poter realizzare i sogni e i progetti che avete nel cuore. Per voi e
per i vostri cari Viva l'Italia, viva la libertà. (Silvio
Berlusconi, videomessaggio del 13 novembre 2011)
venerdì 11 novembre 2011
disgusto
Conservo ancora la foto con gli
autografi di Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, il mitico
trio d'attacco Gre-No-Li del mio Milan degli anni Cinquanta. La prima
partita che mio padre mi portò a vedere, all'Arena di Milano,
quando avevo cinque anni, fu Milan-Torino (il grande Torino di
Valentino Mazzola, prima di Superga). Da quel giorno, per decenni,
sono stato un tifoso convinto. Da molti anni non vado più allo
stadio, né guardo le partite alla televisione. Non perché
non abbia tempo. Ma perché il calcio, non solo in Italia, mi
sembra sia diventato un fenomeno negativo. Certo, lo spettacolo
calcistico è sempre più suggestivo, grazie al continuo
progresso delle tecniche di gioco e delle tecniche televisive. E io
che, come è noto, sono un «tecnico», dovrei
esserne felice. Invece, provo per il calcio — intendo il grande
calcio professionistico — un crescente disgusto. (...) Penso che
sia venuto il momento, specialmente in Italia, per una riflessione
politica sul calcio. Forse, è ora che il mondo politico smetta
di «viziare» il mondo del calcio, contribuendo
involontariamente ad indurlo ai vizi peggiori. Più ancora, i
pubblici poteri (salvo, beninteso, la magistratura) dovrebbero
infliggere al calcio il «rigore» più grave:
ignorarlo. Un governo sta per nascere, con una missione
difficilissima. Ci si deve augurare che non veda questo del calcio
come uno dei problemi prioritari di cui «farsi carico».
Sarebbe un messaggio al Paese profondamente sbagliato. E se posso
permettermi, caro Direttore, spero che i giornali non sentano ancora
il bisogno di dedicare alla crisi del calcio le prime otto o nove
pagine, come fanno in questi giorni. (Mario Monti «Corriere
della Sera»; 14 maggio 2006)
giovedì 10 novembre 2011
milanista
E per quanto riguarda una sua possibile discesa nel campo della politica, Monti dice: "In varie occasioni che pure si sono presentate, non credo di aver manifestato propensione ad accettare cariche politiche. Il giorno che volessi schierarmi non sui problemi, come faccio da sempre, ma con una parte politica lo direi chiaramente". Monti infatti quando parla di politica ci tiene a non essere frainteso, come è capitato nel caso della sua famosa battuta sulle elezioni suppletive dell'autunno scorso. "Ero ancora commissario a Bruxelles e durante una conferenza stampa un giornalista italiano mi fece una domanda a sorpresa su che cosa pensassi del risultato elettorale del giorno prima. Proprio per indicare che non avrei commentato eventi partitici parlai d'altro e dissi: questo 7 a 0 mi ricorda un lontano 7 a 1 del Milan alla Juventus, che mi aveva procurato una delle più grandi gioie della mia vita", Il giorno dopo tutti i giornali riportarono la battuta di Monti come indicatore di un suo preteso schieramento politico (7 a 0 per il centro-sinistra). Il professore coglie l'occasione dell'intervista per spiegare cosa avvenne davvero: "I miei genitori erano juventini e io, invece, ero milanista. Quella domenica mio padre e mia madre andarono a vedere la partita a Torino e i bianconeri persero 7 a 1. La sera, come sfottò, gli feci trovare un biglietto con il risultato nella loro camera da letto. Tutto qui, solo un paragone aritimetico e non politico. ma forse sono stato un po' ingenuo". (Ansa, 28 gennaio 2005)
mercoledì 9 novembre 2011
fango
Signori ufficiali, non vi dovete
meravigliare se mi presento a voi in questo abito borghese; sono
necessità del momento, ma io sono sempre il maresciallo
Badoglio, il vostro generale del Sabotino, di Vittorio Veneto, di
Addis Abeba. Non vi farò un discorso perché i discorsi
sono antipatici per chi li dice e per chi li ascolta. Io voglio
prospettarvi ed illustrarvi in questo momento solamente due fatti: la
caduta del fascismo e l'armistizio. (...) S. M. il Re mi chiamò
subito ad assumere il Governo. Voi sapete che alla mia età,
ed alla mia condizione, non avevo ancora bisogno di gloria: ma fu una
necessità, per salvare ancora, fin dove era possibile, questo
nostro povero e disgraziato paese. Io non vi dirò tutto quello
che ho potuto vedere in questo breve periodo di governo; però
avendo voluto sondare in molti rami, vi dirò solo pochi fatti
salienti. L'A.G.I.P. che voi sapete, quella famosa agenzia di
petrolio, organo parastatale, aveva un deficit di 90 milioni di lire
e non si sono nemmeno trovati i documenti contabili. La G.I.L.
costava allo Stato un miliardo e 700 milioni, l'O.N.D. un miliardo e
200 milioni. Il Ministero della cultura popolare era diventato un
vero e proprio lupanare: aveva alle sue dipendenze un numero infinito
di signore romane con stipendi che talvolta oscillavano dalle 8 alle
10 mila lire al mese e con incarico... lascio intendere a voi. Ma
vi dirò di più: quelle signore non si permettevano
nemmeno il fastidio di andare a riscuotere lo stipendio, perché
bastava che mandassero le loro persone di servizio per farlo. Ecco
perché noi ci siamo trovati in guerra coi fucili 1891. (...)
Ma ora basta e usciamo da questo fango. (Discorso di Badoglio agli
ufficiali; 18 ottobre 1943)
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